Se si è passati in poco tempo dall'uso del mondo all'usura del mondo, è perché la massificazione del desiderio turistico, camuffata da libertà di movimento, è avvenuta all'interno di una logica industriale che ha distrutto la dimensione simbolica del viaggio, trasformandolo in una «fuga d'evasione» da fare in tempi e luoghi deputati, e soprattutto passando sempre alla cassa. Ponendosi al servizio del consumo mondiale, il turismo è diventato, insieme alla televisione, agli antidepressivi e al calcio, uno dei più potenti anestetici che la società contemporanea elargisce ai suoi logorati cittadini, immersi in una ipermobilità che dà la misura della loro insoddisfazione. Eppure, nonostante la standardizzazione dei desideri e il saccheggio ambientale, il turismo mantiene intatto il suo potere incantatore. Forse perché il turista, lontano dal suo territorio originario, che ormai non conosce più, nutre la confusa speranza di trovare altrove ciò che gli manca a casa: una vita conviviale in un territorio ancora carico di senso. Senza accorgersi però che con la sua stessa presenza distrugge ciò che è venuto a cercare.
Biografia: Rodolphe Christin, (Chambéry 1970), sociologo e appassionato di montagna (vive sulle Alpi), si è a lungo occupato di turismo di massa, pubblicando vari saggi sull'argomento: Anatomie de l'évasion: pour d'autres rapports au monde (2005), Le tourisme: émancipation ou contrôle social? (2011, con Philippe Bourdeau), Après le monde (2014) e Manuel de l'antitourisme (2018). Oggi lavora nel settore della formazione professionale e ha pubblicato testi che affrontano tematiche come la critica del lavoro e della gestione manageriale, tra cui Le travail, et après? (2017), scritto insieme a Jean-Christophe Giuliani, Philippe Godard e Bernard Legros.
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