Sul finire del XIX secolo l’altopiano di Ponta Grossa nello Stato brasiliano del Paraná assistette all’arrivo di immigrati europei stremati da settimane di traversate e segnati caratterialmente e fisicamente dall’appartenenza alla mai sterile genia dei miserabili. Tra costoro, si cimentò a disboscare, edificare e coltivare un gruppo dapprima sparuto, poi numeroso e infine decimato di uomini e donne giunti dall’Italia con la premeditata intenzione di vivere sì senza la morsa della fame ma pure alleggeriti dal triplice peso di Dio - Patria - Famiglia. Dal libero amore nacque così la Colonia Cecilia, bizzarra creatura che per quattro anni (dal 1890 al 1894) seppe resistere anarchica e difterica, ingegnosa e scorata, ammirata e dileggiata su questa linea immaginaria del 25° parallelo Sud, senza lasciare altra traccia nel paesaggio se non una radura-memoriale tra palme e araucarie, a segnalarci come, lontano dalle arterie principali, quel che è stato fatto sarà sempre e ancora da fare. Il testo è arricchito dalla prefazione di Pierpaolo Casarin.
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