Pensare la crisi climatica significa cogliere la soglia epocale nella quale si rendono sempre più visibili le contraddizioni della forma-di-società capitalista: crescita, debito, accelerazione e accumulazione non designano soltanto logiche di organizzazione economica, ma definiscono un’esperienza del tempo che cattura il futuro, lo espropria, lo riduce a prolungamento del presente. E così l’avvenire si restringe, la trasformazione politica cede il passo alla governance dell’esistente, mentre sfruttamento, dominio ed espropriazione vengono ricondotti a esternalità da amministrare. Incrociando fenomenologia del tempo storico e teoria critica materialista, pensare la crisi climatica significa mettere alla prova le grammatiche liberali e neoliberali della responsabilità, indagando la temporalità estrattiva del capitalismo e riaprendo la questione della giustizia. In che tempo agire? significa chiedersi quali pratiche materiali, situate e collettive possano disarticolare i dispositivi della de-futurizzazione e riattivare il conflitto. Perché il problema non è sapere quale mondo verrà, ma spezzare la pretesa dell’esistente di esaurire il campo del possibile.
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