È l'estate del 2006 a San Zenone, un paese in provincia di Ferrara. Un gruppo di ragazzini delle scuole medie trascorre le giornate a giocare a calcio sull'argine del paese: è questa la loro passione, il loro linguaggio. Per alcuni sarà l'ultima estate prima delle scuole superiori a Ferrara, per altri quella del primo amore, della prima sbronza, della morte del nonno. Per tutti sarà l'estate dello scoppio di «Calciopoli» e del Mondiale di Germania, che scandirà il loro tempo. Cresciuti tra il catechismo e i silenzi dei padri, un giorno trovano dei ragazzi e degli adulti pakistani a giocare a cricket nel «loro» campo, nel campo di calcio. Inizia così una gara per arrivare primi e poter giocare al proprio sport, e un percorso che porterà i giovani calciatori a scontrarsi con gli altri e fra di loro. Fino a quando uno arriverà a colpirsi la testa con un sasso e a dire in paese che è stata una pallina da cricket a ferirlo – è uno sport pericoloso, non si può più praticare –, portando così i ragazzi a chiedersi cosa sia davvero il calcio e cosa rappresenti per loro la tradizione. "Dimenticare nostro padre" ruota attorno alla domanda cruciale di ogni formazione: quanto siamo noi a decidere chi siamo, quanto il luogo in cui siamo nati e la nostra famiglia?
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