Terra anfibia e marginale, proverbialmente lontana dagli accadimenti importanti, il Polesine è attraversato da presagi notturni di gufi e di civette, fatti misteriosi, vicende che riguardano la guerra, l’amore, la follia, poetici malintesi e insopprimibili desideri di fuga. Lo sguardo si disorienta nell’imponenza orizzontale del paesaggio che trascende in un territorio linguistico che si avventura in carnevali anarchici di sillabe e si fa racconto. In questa terra piena di odori, le donne si muovono con sorprendente risolutezza da protagoniste, come sarte di un matriarcato carsico, avvolte di un fascino discreto o lunare. Delle storie qui raccolte, che in un riflesso di specchi sono sia in prosa sia in poesia, solo la prima, che dà il nome al libro, è tutta vera: un racconto familiare, di resistenza al nazifascismo che chiama in causa la più alta giustizia contro il delirio delle leggi degli uomini. Le altre, non meno vere, si concedono le esagerazioni del racconto che nasce orale.
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