“Questo libro non è un memoir della mia transizione. Non è un saggio su cosa sia il gender e perché fa tanta paura. Non è una storia esemplare. È un diario in frantumi, una raccolta di tentativi, fallimenti, gioie e sofferenze, rabbia e azioni”. Come definire l’identità trans? Come esprimere un modo di esistere personale e collettivo, diviso tra la spinta al riconoscimento e il bisogno di restare nel non detto? Se lo chiede Sandra Cane, ricercatrice indipendente di queer studies, partendo dalla necessità di raccontare la propria soggettività trans femme e scontrandosi con l’impossibilità di farlo ricorrendo a strumenti e schemi di pensiero che non le appartengono, quelli messi a disposizione da una società che non la rappresenta né prevede. È solo il primo dei paradossi incontrati nel tentativo di rispondere alla domanda. La tensione che si presenta nel linguaggio si ripropone poi nello sguardo subito e imposto, nella rabbia scaturita dalla violenza e nelle dinamiche venate di amore, cura e fatica della comunità T4T. È nella frizione con un sistema che vorrebbe identità assolute e incasellabili, pronte a diventare forza di produzione e riproduzione, incarnazione di vittime perfette o valvole di sfogo per lo status quo. Intrecciando gli studi teorici di autor* come Susan Stryker, Jack Halberstam e McKenzie Wark, alle proprie esperienze personali, politiche e affettive, Sandra Cane scrive un manifesto filosofico e poetico, in cui individua le crepe nel sistema e fa leva per allargarle, proponendo una visione del futuro per tutt* che scardini le coordinate capitalistiche e patriarcali – e diventi in luogo in cui vivere nelle potenzialità del divenire.
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