Questo libro muove da una ricostruzione dei temi fondamentali della metafisica di Vladimir Jankélévitch, filosofo e musicologo, una delle figure più importanti del Novecento francese, per coglierne poi il fuoco nell’arte e in particolare nella musica. Una considerazione limpida della realtà, dell’esistenza viva, del mondo sensibile come spazio di incarnazione che tuttavia lascia libero l’ingresso nell’ordine trascendente, è al centro della filosofia prima di Jankélévitch. Non esiste un’autentica metafisica che non sia, al contempo, una celebrazione della positività dell’empirico, della concretezza delle forme, se è vero che la realtà non è un enigma da sciogliere, ma è insieme resistenza e occasione di uno slancio in ciò che la trascende. Essere aperti al senso significa dunque ripeterne la ‘lettera’, la superficie, batterne il ritmo, ed è per questo che la musica assume in Jankélévitch i caratteri di un’arte privilegiata; essa non è consumabile, va solo ripetuta, imitata nelle sue attitudini. Per sfuggire alle pretese di una riduzione del senso a cultura e agli infiniti piani di un’ermeneutica invadente, le radici neoplatoniche e bergsoniane dettano a Jankélévitch le coordinate di una possibile fusione di estetica e metafisica
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