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ALCUNE RIFLESSIONI SULLA FILOSOFIA DELL’HITLERISMO

Autore

LEVINAS EMMANUEL

Casa editrice

Quodlibet

Anno

1997

11,00 

Disponibile

COD: 9788886570237 Categorie: , , , ,

In questo saggio, uscito nel 1934 sulla rivista “Esprit” e qui pubblicato per la prima volta in italiano, uno dei grandi pensatori ebrei di questo secolo si misura con il fenomeno nazista “pressappoco all’indomani dell’arrivo di Hitler al potere”. Ma prescindendo audacemente dagli ovvi cerimoniali di condanna nei confronti di un regime che già si palesava in tutta la sua ferocia e dal facile scherno per la rozzezza degli “hitleriani”, egli si sofferma con lucidità forse ancor oggi impareggiata sul “risveglio di sentimenti elementari” che lo caratterizza, e che ne fa un oggetto privilegiato dell’indagine filosofica. “Perché i sentimenti elementari – scrive egli in apertura – racchiudono una filosofia; esprimono la prima attitudine di un animo di fronte all’insieme del reale e al suo destino. Predeterminano o prefigurano il senso della sua avventura nel mondo.”
Levinas (1905-1994) insiste sulla contiguità di tale filosofia con le postazioni più avanzate del pensiero contemporaneo, da cui proprio in quegli anni – in virtù di una visione radicalmente nuova della natura umana – giungeva uno scacco irrevocabile all’universalismo cristiano e al liberalismo idealista, cioè alle due strategie elaborate dall’uomo europeo per sentirsi libero rispetto alla sua contingenza storica e corporea. È possibile che le acquisizioni filosofiche dell’epoca, per un verso così feconde da alimentare il cammino del pensiero fino a oggi, covino in seno costitutivamente il seme di fenomeni così aberranti e catastrofici? E in che senso oggi dovremmo sentircene ormai al riparo? Certo, le soluzioni di stampo neoliberale che tornano massicciamente in voga in questo periodo non sembrano tranquillizzare il filosofo: “Dobbiamo chiederci – scrive egli nella prefazione del 1990 – se il liberalismo possa bastare alla dignità autentica del soggetto umano.”
Se dunque, ancora più di cinquant’anni dopo, l’autore sottolinea che il suo scritto “procede dalla convinzione che l’origine della sanguinosa barbarie del nazionalsocialismo non sia in una qualche contingente anomalia della ragione umana, né in un qualche malinteso ideologico accidentale”, ma che “tale origine attenga ad una possibilità essenziale del Male elementale cui ogni buona logica può condurre e nei cui confronti la filosofia occidentale non si era abbastanza assicurata”, è lecito dubitare che quest’ultima se ne sia assicurata dal dopoguerra ai nostri giorni, anzi è proprio tale dubbio ad aprire il varco attraverso cui il saggio sull’hitlerismo continua a gettare luce sull’attualità.

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