A partire dagli anni Novanta il richiamo al rispetto delle regole si è trasformato in una vera e propria ideologia. La giusta indignazione di fronte alla corruzione di Tangentopoli, alle stragi di mafia e alla discesa in campo di Silvio Berlusconi ha dato nuova centralità al concetto di legalità, divenuta la parola chiave della politica italiana, intorno a cui sono nati nuovi quotidiani, leader politici (spesso magistrati) e partiti (dall’Italia dei valori al Movimento 5 Stelle). Negli anni più recenti, di fronte a leader di destra che fanno della prepotenza e della rottura con le regole basilari dello stato di diritto uno stile di governo, il richiamo al rispetto delle norme appare, anche nella sinistra più radicale, una forma di resistenza. Enrico Gargiulo, ripercorrendo in modo originale questi ultimi quarant’anni, mostra però come il «legalitarismo di sinistra» abbia contribuito alla spoliticizzazione del dibattito pubblico, spostando l’attenzione dai contenuti alla moralità di chi li elabora. E come lo stesso concetto di legalità venga utilizzato dai governi di destra per gestire in modo autoritario l’ordine pubblico, creare figure da perseguire anche in assenza di reato – dagli «scafisti» ai «maranza» – e rendere illegali molte forme del conflitto sociale. Il concetto di legalità è infatti potente ma ambiguo, specie se utilizzato come categoria morale, perché porta a considerare l’ordine costituito come naturale e quindi incontestabile. Ma la storia di ogni società umana è avvenuta attraverso la rottura della legalità vigente. Per pensare a qualcosa di alternativo occorre allora guardare alle regole come un mezzo e non come un fine.
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