ADDIO

JELINEK ELFRIEDE

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Al momento della sua prima apparizione e poi ogni volta che qualcuno ha pensato di metterlo in scena, in Austria e altrove, questo monologo teatrale di Elfriede Jelinek ha provocato scandali e proteste come raramente vengono suscitati da un testo di letteratura contemporanea. Il fatto è che nell’Addio la Jelinek, armata del prodigioso potere anatomico e visionario della sua scrittura, ha dato forma a un fantasma contemporaneo che, pur manifesto a tutti, a nessuno era ancora riuscito di catturare nelle maglie del linguaggio. Definire l’indefinibile non è del resto sempre stato il compito più importante della letteratura? Si potrebbe parlare di «fascismo», di «razzismo», di «xenofobia»… ma leggendo o ascoltando «L’Addio» ci rendiamo subito conto che si tratta di nomi incapaci di scalfire davvero la superficie, mentre la Jelinek, com’è sua abitudine e vocazione, punta dritto in profondità, in direzione del centro, del nocciolo esplosivo. Allo stesso modo, se è innegabile che il modello cui si ispira questo monologo è un politico ben riconoscibile e dotato di nome e cognome (Jörg Haider, il famigerato governatore filo-nazista della Carinzia), è anche vero che il personaggio scaturito dalla fantasia della Jelinek risulta del tutto svincolato da ogni contingenza polemica. Semmai è l’archetipo del fascista contemporaneo europeo, con tutto il suo culto delle «piccole patrie» e delle sane vecchie tradizioni, il suo odio per gli intellettuali, il suo perverso infantilismo, che viene scolpito a futura memoria nella prosa di questa grande scrittrice. Che si rivela degna erede di quella vocazione alla più feroce e impassibile critica della realtà che percorre tutta la letteratura austriaca moderna, da Musil alla Bachmann, da Broch a Bernhard. [Emanuele Trevi]

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