LA SANTA CROCIATA DEL PORCO

WOLF BUKOWSKI

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Raccontarlo, questo maiale che ci ossessiona. Il porco ci possiede: umanizzato e sorridente nei cartoons, sterminato a milioni ogni giorno, evocato per disprezzare insultare bestemmiare, il Sus scrofa domesticus popola i nostri incubi a occhi aperti. Del maiale «non si butta via niente» perché c'entra con tutto. È il fulcro di intere economie. È il salvadanaio da fare a pezzi per contare le monetine. È la più disgraziata vittima del capitalismo, l'animale totemico della catastrofe ambientale, il rimosso che preme ogni giorno. Ed è un'arma nella guerra razziale. Oggi che l'islamofobia alimenta le guerre tra poveri, il maiale incarna fantasie macabre: teste di maiale alle frontiere per respingere i profughi musulmani; maiali portati a razzolare sui siti di future moschee per "profanare" quei terreni; il cupo desiderio di costringere «gli islamici» a mangiare maiale... Una pulsione che attraversa l'Europa, compare nelle timeline di Facebook di individui frustrati, incastrata tra un meme razzista e l'altro, e si impossessa di uomini e donne che rappresentano lo stato, di parlamentari seduti in istituzioni comunitarie. Una pulsione rivelatrice e antica, che ha precedenti nell'antisemitismo e nelle persecuzioni antiebraiche. Cosa dice di noi questa centralità del maiale? Dopo La danza delle mozzarelle, Wolf Bukowski ci acccompagna in un nuovo viaggio, un inesorabile saggio narrato sui rapporti tra cibo e lotta di classe. Mi ha detto: «questo lo devi mangiare sennò ti ammazziamo». Gli ho detto: «io sono musulmano, non mangio il maiale». Me lo ha spinto in bocca con il manganello.

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