PARIS REVIEW INTERVISTE III

AA, VV,

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La stanza in cui lavora John Cheever ha una finestra che dà su un bosco. A lui piace pensare che i seri, amabili e misteriosi lettori dei suoi romanzi si trovino tutti lì dentro. Non importa chi siano, l'unica cosa che conta, per uno scrittore, è il tempo della creazione. Per le poesie migliori, confessa Ted Hughes, gli c'è voluto giusto quello necessario per scriverle. E nonostante la vanità, un po' di ansia da prestazione e qualche stratagemma tecnico, il trucco, rivela Norman Mailer, sta tutto nella respirazione: "Bisogna essere in grado di espirare, semplicemente espirare e dire, perché non lasciamo che sia la storia a decidere?". Da quando è stata fondata, nel 1953, The Paris Review continua a incantarci con l'inesauribile miniera di racconti, aneddoti, lievi ritratti sfumati a cui attinge partendo da queste conversazioni realizzate con le più grandi voci del nostro secolo: brevi scatti folgoranti che ci restituiscono la loro essenza a dispetto del tempo, facendo luce su tic, manie, rituali e segreti che ricorrono durante la stesura di quelle opere che li hanno resi celebri. Dall'ardore con cui Salman Rushdie si domanda se la letteratura sia ancora in grado di provocare, ai commenti esilaranti di Joyce Carol Oates sulla propria prolifica produzione, The Paris Review racchiude un campionario vastissimo di storie e riflessioni di autori dall'immenso valore. Introduzione Margaret Atwood.

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